25/09/2021

[an error occurred while processing this directive]

Il coraggio di Felicia Impastato

Conversazioni con la madre di Peppino Impastato” scritto da Mari Albanese con Angelo Sicilia, autore teatrale, papà dei pupi antimafia e “nipote” adottivo di quella donna che ha cambiato la storia di Cinisi.

Il coraggio di Felicia Impastato

Mari Albanese e Angelo Sicilia

CINISI (PA) - Aveva 22 anni, Mari Albanese, quando per la prima volta incontrava l’85enne Felicia Bartolotta in quella casa in corso Umberto primo a Cinisi dove era nato Peppino Impastato. Vent’anni dopo, quell’incrocio di sguardi tra generazioni diverse, è diventato un libro, “Io, Felicia. Conversazioni con la madre di Peppino Impastato” (Navarra Editore) scritto con Angelo Sicilia, autore teatrale, papà dei pupi antimafia e “nipote” adottivo di quella donna che ha cambiato la storia di Cinisi.

DUE GENERAZIONI - A parlare ai lettori è da subito la copertina che ritrae una foto di Felicia scattata da Pippo Albanese; un biglietto da visita per un libro capace di svelare la dolcezza, il coraggio, la caparbietà di una donna, di una moglie, di una madre che ha saputo vivere ogni ruolo dell’esistenza in maniera autentica. E’ l’intimità tra Mari e Felicia, tra due donne di età diverse ma accomunate dallo stesso spirito combattivo, che fa da sottofondo a tutta l’opera. Mari, nel 2001, è una delle tante giovani che è arrivata a conoscere il ribelle di Cinisi grazie al film “I cento passi”: “Appartengo a quella generazione che ha conosciuto la storia di Peppino attraverso il film e non me ne vergogno. Non potrei, d’altronde, io sono nata nel 1979, appena un anno dopo la sua morte”.E’ originaria delle Madonie (alle quali è dedita ancora oggi grazie all’attività politica), sta studiando filosofia e sente il desiderio di saperne di più di Peppino.

CONVERSAZIONI TRA DUE DONNE - Va a Cinisi ed è lì, in quella casa che diverrà parte della sua esistenza, che incontra Felicia: “Posso affermare che le nostre conversazioni complici hanno avuto inizio proprio quel giorno e con il sorriso di chi si riconosce da subito”. A differenza di altri giovani che in quella stanza, in quegli anni passavano in tanti, Mari, fa una scelta: decide di ritornare da Felicia. Non una ma tante volte: “Quando ci siamo salutate lei mi ha ringraziata per averle fatto visita, ma quel saluto somigliava ad un commiato, mentre io sentivo dentro di me che era solo l’inizio, il preludio di altri incontri”. Un sentore che non è tardato a divenire realtà tanto da raccogliere così numerose “chiacchierate” da poter scrivere questo libro intimo e capace di mostrare Felicia ai lettori, grazie ad una scrittura che ti avvicina il più possibile a quella donna 85enne. E’ lo stesso Vincenzo Pinello, ricercatore di linguistica italiana all’Università di Palermo a confermarlo nella sua post fazione: “Il profilo autarchico della narrazione realizza una efficacia espressiva di alto spessore, partitura chiave dell’efficienza del testo”.  La scelta di mantenere a tratti il linguaggio originale di Felicia, incarnato nella sicilianità, ti riporta l’immagine più nitida di quella donna.

L'INFANZIA DI PEPPINO - Ma c’è di più in questo libro che gode della prefazione della nipote di Felicia, Luisa. C’è l’aspetto inedito. Grazie a Mari Albanese e a Angelo Sicilia, scopriamo un aspetto della vita di Peppino mai evidenziato: la sua infanzia a casa dei nonni materni, in una famiglia “sana”, lontana dalla mafia. “Aveva quattro anni quando si è trasferito – racconta Felicia – dai nonni. Io ero felice lo stesso perché lo guidavano, lo educavano alla perfezione. Se rimaneva con me maritu chissà che fini faceva”.                 
Un aspetto, quest’ultimo, che l’autrice da insegnante qual è, sa cogliere.

LA SAGGEZZA DI FELICIA - Il racconto che si snoda lungo la vita di Felicia e del figlio, svela anche la figura di una donna che sa bruciare le tappe della storia delle conquiste femminili o forse semplicemente sa dare spazio ai diritti del cuore che vanno oltre le regole convenzionali delle epoche. Felicia, infatti, sceglie di non sottostare ad un matrimonio combinato: “Una notte che non potevo dormire mi alzai e me ne andai nella stanza di me frati Matteo e ci dissi: “Arruspìgghiati, svegliati e attentami! U sai, io non mi marito più”. E così è stato.

Non manca un finale, registrato nel 2002, ma ancora oggi d’estrema attualità: “Dovete camminare – dice la mamma di Peppino agli autori ma in realtà ad ogni giovane – con la testa alta, sempre. Ci facciamo colpevoli ogni volta che ci giriamo la testa per non vedere. Ora, per l’amor di Diu! Non è che vi dovete mettere frontali contro la mafia comi fici me figghiu Giuseppe, ma avere u curaggiu di dire io non ci sto”.

martedì, 27 luglio 2021